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Ne La ricchezza delle Nazioni, Adam Smith identificava nel lavoro produttivo l’essenza da cui «ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita».
Della ricchezza dell’Italia si è spesso sentito parlare, soprattutto da qualche anno a questa parte, con riferimento alle nostre terre, alle nostre coste e all’inarrivabile bellezza e varietà del nostro patrimonio artistico.
Ma se guardiamo più nelle viscere del nostro Paese, scopriamo un’altra ricchezza: l’impresa familiare.
Risultato di un humus unico costituito dalla forza e pervasività dell’istituto sociale della famiglia e dalla creatività diffusa del popolo italico, ha rappresentato sin dagli esordi dell’attività artigianale e poi industriale il motore propulsivo del nostro Paese, costituendo oggi l’82% delle imprese e oltre il 50% di quelle con fatturato superiore a 50 milioni di euro. Contrariamente a quanto si è per lungo tempo ritenuto, le analisi svolte su dati dal 2000 in poi ci hanno dimostrato che l’insieme delle imprese familiari è mediamente in grado di comportarsi meglio delle imprese che non lo sono, sia in termini di crescita che di Ebitda. E secondo i dati del Cerif dell’Università
Cattolica di Milano, lo stock di asset finanziari creati da queste imprese a favore dei loro titolari vale oggi più di 135 miliardi di euro.